[I libri che leggo by Fulvia Leopardi]
 




Torno a prenderti, di Stephen King


Torno a prenderti, di Stephen KingDopo la morte della figlia, Emily si “separa” dal marito e va a vivere nella casa sul mare di suo padre; un giorno, mentre fa jogging, va a ficcanasare nell’auto del vicino…ma si sa, la curiosità uccide il gatto…
Dopo anni di venerazione di qualsiasi scritto di Stephen King, lungo o breve che fosse, la sottoscritta (come molti altri aficionados) è arrivata alla conclusione che il Re rende meglio in formato mignon: fermo restando che IT e L’ombra dello scorpione si leggono sempre volontieri, le ultime cose buone il Re le ha fatte in poche pagine, quelle di Colorado Kid e, ultimamente, con questo Torno a prenderti, 104 pagine di adrenalina pura.
Se una volta in 104 pagine King non avrebbe neanche finito di descrivere la via principale della città, qui la storia è essenziale: 2 personaggi, un po’ troppa curiosità…ed Emily si ritrova a dover lottare per la sua vita, visto che - tipico di King - la malvagità umana si annida nei posti all’apparenza più idilliaci. A metà tra Il gioco di Gerald (libro che, con tutta la buona volontà, è alquanto bruttarello), Misery (c’è sempre un pazzo psicopatico da cui sfuggire) e Duma Key (dopo Derry e Castle Rock, King ha sviluppato una fissazione per le isole), Torno a prenderti si fa leggere e - mirabile dictu - ti lascia con la sensazione che, potessi, vorresti chiedere al Re di allungarlo anche un altro po’. Se poi lui sia tornato Lui, o se il racconto/romanzo breve gli si addice più che i mattoni…dovremmo aspettare “Just after the sunset” (“Al crepuscolo” in italiano) in uscita l’11 Novembre (giusto una settimana prima del mio compleanno, come non amare quest’uomo?)

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Duma Key, di Stephen King

Duma Key, di Stephen KingDopo aver perso un braccio in un incidente che gli è quasi costato la vita, Edgar Freemantle si trasferisce in Florida, a Duma Key, dove scoprirà una seconda vita da pittore: ma i suoi quadri, soprattutto quelli ispirati dal braccio fantasma, cominceranno presto ad essere qualcosa di più di semplici dipinti…
Premesso che ultimamente Stephen King scrive un libro buono e uno orrendo (La torre nera, bruttarello, Colorado Kid, leggibile, Cell, carino ma già sentito, La storia di Lisey, orrendo, Blaze, né carne né pesce), dopo una settimana di tentennamenti la sottoscritta ha deciso di farsi coraggio ed affrontare l’ultima fatica del Re, forte anche della tiratura americana di un milione e mezzo di copie, e delle recensioni americane che scrivevano come il King dei tempi migliori fosse di nuovo tra noi. In me, il romanzo, ha suscitato emozioni discordanti: posto che non aggiunge nulla all’universo kinghiano, e che ci sono molte situazioni già viste (le bambine morte - “Shining”, il talento frutto di una menomazione…fisica o mentale che sia, mi viene in mente “Il miglio verde”, la vecchia su una veranda, “L’ombra dello scorpione”, un gruppo di persone incontratesi che deve sconfiggere un nemico non umano…), in alcune pagine sembra di rivedere il King dei tempi migliori. Detto questo, laddove le oltre mille pagine di IT non pesavano minimamente, le centinaia di pagine di prologo di “Duma Key” sono, in molti punti, una rottura di p*lle assurda: ho cercato un modo più elegante per dirlo, ma arrivata a pagina 400 - oltre la metà - con il libro ancora si perde in discussioni sulla carriera artistica di Edgar, beh..la tentazione di mollare è forte; però, anche se non c’è la stessa magia di It, Duma Key è un libro che, volente o nolente, sei ‘costretta’ a leggere, non fosse altro perché (almeno per me) passate le 100 pagine, dovessi metterci una vita, l’imperativo categorico è “finire”. La fatica, comunque, non viene mica tanto ricompensata: la fine è piuttosto veloce e lascia quel sapore di insoddisfazione, non perché il libro finisce, ma perché uno si chiede: “Ammazza, così facile? Tutta ’sta fatica per niente?”
Consigliato ai fan duri e puri di King (se siete new entry, meglio cominciare da qualcosa di meglio!), a chi piacciono i mattoni (sia come volume che come lettura): se il libro fosse stato lungo 5/600 pagine invece di quasi 800, beh: ci avremmo solo guadagnato. Stephen King è tornato? Forse yes, forse no

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La scatola a forma di cuore, di Joe Hill


La scatola a forma di cuore, di Joe HillJudas Coyne, rockstar miliardaria con un debole per il macabro, acquista su un sito di aste online il fantasma di un uomo morto poco tempo prima: a sue spese, scoprirà che il fantasma non è il solito acquisto "tranquillo", ma un uomo che cerca vendetta...a spese di Coyne. L'ultimo acquisto di Judas è infatti lo spirito del patrigno di Florida (la sua ex ragazza Anna May McDermott) che vuole ucciderlo per vendicare la figlia, morta suicida dopo che si sono lasciati.
Molto brevemente, questa è la trama de "La scatola a forma di cuore", opera prima di Joe Hill, pseudonimo (più che altro abbreviazione dei primi due nomi) dietro il quale si nasconde Joe Hillstrom King, figlio del più famoso Stephen. Capirete dunque perché la sottoscritta, da sempre fan (ultimamente un po' meno fan, bisogna dire) del Re, si sia comprata questo libro: in parte la curiosità (vediamo se il talento si trasmette), in parte perché, stante la parabola discendente di King padre, dovevo assolutamente trovare un altro King da amare. "La scatola a forma di cuore", va detto, non delude: i personaggi sono ben tratteggiati, le descrizioni non sono troppo pesanti (il che è buono da una parte, ma i cattivi - o meglio, il cattivo - finisce per non far paura per niente), la storia è scorrevole e non banale (magari alla fine un po' stucchevole),non è troppo lungo (472 pagine, ma lunghezza non che per me sia un problema);; l'autore - almeno a mio parere - dovrebbe però lavorare sui finali (questo è comunque un difetto di famiglia, anche il padre in questo pecca) e la paratassi e le frasi brevi presenti in tutto il libro più che rendere l'idea dell'azione, snervano e basta. Consigliato a tutti, in particolare agli appassionati del genere "horror" e ai fan di King (Stephen): diciamo che "La scatola a forma di cuore" è molto al di sotto dei capolavori del Re, ma in confronto agli ultimi libri che ci ha propinato è un capolavoro.

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Avanti popolo. Figure e figuri del nuovo potere italiano, di Gian Antonio Stella


Avanti Popolo. Figure e figuri del nuovo potere italiano, di Gian Antonio StellaDopo Tribù SPA, storiografia delle zucche che Berlusconi, ipse dixit, ha trasformato in politici, Gian Antonio Stella, fustigatore par condiciale degli italici malcostumi, si cimenta in un omologo libro ispirato all’attuale maggioranza che completa l’affresco sui personaggi della politica italiana.
Da Emma Bonino a Rosy Bindi, da Mastella a Caruso, passando per Prodi, D’Alema e Rutelli, GA Stella ci offre i ritratti di leader e non, in un affresco vivace e mai noioso. Oddio, forse un po’ più noioso dell’altro, perché mentre Tribù si soffermava su politici che (in molti casi) tanto politici non sono, quelli di cui si parla in Avanti popolo (di cui potete leggere alcuni estratti), sono tutti “politici di professione”: se prima si descrivevano “vizi - molti - e virtù - poche”, come feste di laurea per lauree inesistenti o aneddoti esilaranti, qui la narrazione e meno riuscita e più “ingessata”.

Un libro che fa ridere, per carità, scritto con la consueta ironia che caratterizza Stella: tuttavia, vuoi per il soggetto trattato (politici di professione, appunto), vuoi perché nel centrosinistra esistono personaggi meno folkloristici che a destra (vuoi mettere Calderoli con Mastella?), meno riuscito del precedente, tanto da risultare, in molte parti, noioso (con l’aggravante del, fermo restando il cambio soggetto, già sentito).
Da leggere, per farsi due risate. Ma con Tribù, le risate erano molte di più.

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Lisey’s story, di Stephen King


Lisey’s story (La storia di Lisey), di Stephen KingLisey Debusher è la vedova di Scott Landon, scrittore di successo, vincitore del National Book Award e del premio Pulitzer. Dopo due anni di elaborazione del lutto, Lisey decide di mettere ordine tra le cose del marito, una decisione che la riporterà indietro nel tempo, con ricordi più o meno piacevoli. E mentre una delle sue sorelle cade in stato catatonico, Lisey si dovrà difendere anche dalle minacce di un pazzo maniaco che vuole mettere a tutti i costi le mani sui manoscritti ineditidi di suo marito.
Dopo il già sentito di Cell, Stephen King torna con un libro dove parla del matrimonio, e dei legami che si creano tra due persone sposate. Probabilmente, a dispetto dei dinieghi di King, “La storia di Lisey” è un libro (almeno in parte) autobiografico: il romanzo è dedicato alla moglie, lo scrittore ha preso l’idea della vicenda quando, tornato a casa dopo un ricovero in ospedale, ha trovato l’ufficio sistemato dalla moglie, “la cosa tra sorelle Debusher” è vagamente ispirata alla “cosa tra sorelle Spruce” (Spruce è il nome da nubile di Tabitha, consorte - e beata lei! del Re dell’horror).
Per la prima volta nella sua vita, la sottoscritta non era davanti alla prima libreria disponibile per acquistare il nuovo romanzo del Re, in parte perché qualcuno doveva farmelo come regalo di compleanno (anche se poi è arrivato per la Befana), in parte perché dopo i tre libri finali della saga della Torre Nera, dopo Buick 8, dopo Colorado Kid e Cell, nutriva grandi dubbi sul fatto che Stephen King sapesse ancora emozionarla.
E difatti, il fresco vincitore del Grand Master Award, che quattro anni fa aveva dichiarato al mondo intero l’intenzione di smettere (annuncio accolto dalla sottoscritta con un D’oh! di disperazione) scrive un romanzo che non si può leggere (io ci ho messo un mese, e non perché sia impegnata). La storia di Lisey non è un romanzo scritto male (il succitato Buick 8 era scritto molto peggio), ma è una storia già sentita (vedere alla voce Misery e/o Mucchio d’ossa, e quanto a Boo’Ya Moon, il mondo “creato” da Scott Landon, sembra proprio quello della Torre Nera); se Stephen King (che non sopporta l’etichetta di Re dell’horror, e che voleva dimostrare a tutti di saper scrivere anche d’amore), pensa che Lisey’s Story sia il suo miglior romanzo, è liberissimo di farlo: ciò non toglie che la storia è pesante, e (almeno all’inizio) anche difficile da capire, visto che quello che è familiare a Lisey&Scott (modi di dire, di pensare, di vivere) non è altrettanto familiare ai fedeli lettori.
Già che ci siamo, stendiamo un velo pietoso sui modi di dire (forcuto, cissica, ma che è? Non so come rendano in Inglese, ma in italiano fanno veramente pena), sulle prime cento pagine del libro (ma nessuno gli ha detto “Caro mio, dacci un taglio con questa lagna?”), sulle successive trecento dove non succede quasi nulla, e sulle ultime duecento che sì, ci ricordano il Re dei tempi che furono, ma che francamente non salvano il libro.
Il Re è morto (letterariamente parlando), viva il Re (quello dei bei tempi andati): se qualcuno pensa che Stephen King sia tornato Stephen King, forse (ma forse) dovrebbe rileggersi It. O L’ombra dello scorpione. O Il miglio verde. O Cose preziose. Ché magari Lisey’s Story è un passo avanti a Buick 8, ma del vecchio Re, quello che sapeva farti commuovere ed emozionare, quello i cui libri volevi non finissero mai, e appena finiti ricominciavi daccapo, neanche l’ombra.

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Il martello dell’Eden, di Ken Follett


Il martello dell’Eden, di Ken FollettLa comune di un gruppo di “hippie” oramai cresciutelli e dediti alla coltivazione di vigneti sta per essere sconvolta dalla costruzione una centrale elettrica, e il leader della comune, Priest, decide di ricattare il governatore americano con la minaccia di provocare terremoti. Ci riuscirà? Sì, rubando un attrezzo chiamato vibratore sismico (niente battute, prego), ma dovrà fare i conti con l’agente dell’FBI Judy Maddox…
A parte la trama un po’ troppo fantasiosa, e i personaggi troppo stereotipati, il libro è scorrevole e si legge bene: non necessariamente ti incolla alla pagina, ma fa passare il tempo.
Romanzo scorrevole, “Il martello dell’Eden” pone una domanda attuale ancora oggi: sapremmo vivere senza tante comodità? In fondo la richiesta dei “cattivi” è condivisibile (non il modo in cui la attuano): essi vogliono evitare la distruzione della loro comune, dove non si usano né energia né soldi e dove tutto è condiviso.
Sicuramente non la migliore opera di Follett, tuttavia un libro carino che serve a passare due/tre ore e a pensare a quante cose potremmo rinunciare prima che la natura ci si rivolti contro.

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Il segreto dei vicoli oscuri, di Pierre Magnan


Il segreto dei vicoli oscuri, Pierre MagnanChi mai potrebbe essere il criminale che si accanisce contro la signorina Rogeraine Gobert, uccidendo tutte le sue infermiere? Tutta Sisteron si interroga e, probabilmente, conosce il nome dell’assassino, ma tiene per se i misteri che coinvolgono la bella invalida e che risalgono ai tempi della guerra e della lotta partigiana. È questa la trama de “Il segreto dei vicoli oscuri”, di Pierre Magnan: il libro fa parte della collana della Robin Edizioni “I luoghi del delitto”, un’ottima iniziativa, che attraverso romanzi con protagonisti più o meno noti, offre la possibilità di indagare aspetti sconosciuti di grandi città e perfino di intere regioni (qui la lista). I vicoli oscuri del titolo sono quelli che, al contrario delle persone da lui interrogate, rispondono alle domande del commissario Laviolette. Il libro è ben scritto e scorrevole, tuttavia la scoperta del colpevole (o meglio di un personaggio che porterà a scoprire il colpevole), è un po’ tirata per i capelli: fa più Wanna Marchi che non uno scrittore vincitore di molti premi letterari. Un libro da leggere per passare un’oretta o due con qualcosa di buono in mano, ma, signora mia, Agatha Christie era tutta un’altra cosa…

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Aspides, di Riccardo Merendi


Cosa è inciso sul pezzetto di legno che Maria ha appeso al collo di Gesù poco dopo la sua nascita? Trafugato il pendente dal tesoro di Costantino, l’imperatrice Galla Placidia saprebbe come sfruttarne il potere arcano per riportare agli antichi fasti il decadente Impero d’Occidente, ma la scomparsa della reliquia rischia di far sfumare il suo piano. Chi ha violato la nicchia segreta del mausoleo? E come tornare in possesso del prezioso oggetto? Coinvolto in un gioco di cui non conosce le regole, tra politici, militari, burocrati ed ecclesiastici in lotta per il potere, il giovane Aspar non potrà contare che su se stesso per uscire vivo dal nido di serpi nel quale è finito. La storia di Aspar si intreccia a quella del fratello Warfen che dopo aver assistito alla devastazione del suo villaggio, decide di rivolgersi ai Romani per avere giustizia. Ma non sa che la sua richiesta disturberà Gnaeus e Junius, due funzionari corrotti. Ma per fortuna sulla strada di Warfen arriva Fabius...
Ammetto di essere partita prevenuta nei confronti di Aspides, libro di Riccardo Merendi edito dalla Halley Editrice.
A leggere la trama mi sembrava l’ennesima variazione sul tema del “Codice Da Vinci”, prendere qualche fatto della vita di Gesù, e scriverci su un libro.
Invece Aspides è stato una piacevole sorpresa, un libro che senza nessuna pretesa intellettuale tiene avvinghiato il lettore grazie alla prosa vivace e a una trama mai banale. Non troverete dissertazioni di sorta su cosa Gesù abbia fatto o detto, né attacchi ad “associazioni” che proteggono chissà cosa: ma una pura e semplice storia da leggere tutta d’un fiato...e di questi tempi non è poco!

Il sito di Riccardo Merendi - Intervista all’autore

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Il diario di Edith, di Patricia Highsmith


Dario di Edith - CoverEdith è una donna apparentemente forte e capace di sopportare le avversità della vita. Non che ne abbia molte, almeno all’inizio: una casa con giardino, un figlio un po’ ottuso e scapestrato, un marito che le vuole bene. È anche politicamente impegnata e politicamente corretta, con idee precise riguardo l’ecologia, l’aborto, il divorzio, e tutti gli altri temi caldi dell’epoca. E mentre gli anni passano, la sua vita cambierà radicalmente: il marito divorzierà per risposarsi con una donna più giovane, il figlio (oramai diventato un quasi uomo) sarò ancora ottuso e inconcludente, ed in più Edith deve badare allo zio di Brett, invalido. E allora, per sfuggire alla noia ed al grigiore, incomincia a costruirsi un’altra vita nelle pagine del suo diario: il figlio è un brillante ingegnere, con una moglie carina e una nipotina adorabile, mentre lei si dedica alla scultura e sferruzza maglioncini a tutto spiano. Può la follia nascondersi dietro la banale quotidianità? Sì, è la risposta di Patricia Highsmith nel suo “Diario di Edith”. Fosse stato ambientato ai giorni nostri, probabilmente Edith sarebbe stata una piccola “Casalinga disperata” (a buon motivo, però), provvista di pc con una connessione adsl, e avrebbe passato le sue giornate a tenere un blog e a chattare su internet creandosi nuove identità: la storia però si svolge negli anni ‘50-‘60, quindi Edith deve accontentarsi di un diario cartaceo, dove riportare impressioni e momenti di vita.Il diario diventa così una valvola di sfogo, un luogo dove scrivere della vita che Edith ha sempre sognato, ma non ha mai avuto. E quando comincerà a confondere fantasia e realtà, e la gente la troverà “strana”, solo una cosa è testimone di quanto in realtà sia “grave” Edith: il diario, testimone di una tacita e silenziosa follia.

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Tribu SPA, di Gian Antonio Stella


L’ascesa al potere del governo Berlusconi venne salutata da “Tribù” di Gian Antonio Stella, un libro che raccontava la nuova classe dirigente, da Gianni Baget Bozzo a Lucio Colletti, da Ignazio La Russa alla Carlucci, passando per Giuliano Ferrara, Guazzaloca e Iva Zanicchi. Oggi, alcuni di quei personaggi sono caduti in disgrazia o sono stati sostituiti da altri. Questo libro di Stella riaggiorna quella cartografia con una serie di nuovi ritratti che, unitamente a quelli relativi ai politici ancora in sella, restituiscono una mappa vivace dei nuovi poteri, ma in fondo anche dell’antropologia più profonda dell’homo italicus.
Scritto con la solita ironia sorniona di Stella (per intenderci, quella che mette nei suoi articoli al pepe pubblicati sul Corriere della Sera), “Tribù S.P.A” (che poco aggiunge al libro precedente, bisogna dirlo) è una sorta di guida ai personaggi caratteristici della Destra, una galleria di “acidi” ritratti che passano da Adornato a Fini, da Baget Bozzo a Bondi, da Umberto Bossi a Rocco Buttiglione.
Un ritratto degli uomini che Berlusconi (ipse dixit) ha trasformato da zucche in principi. Bollato da molti come una copia malriuscita dei libri-denuncia di Travaglio, io credo invece che sia un libro assolutamente da leggere, per farsi quattro (amare) risate!

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Cell, di Stephen King


Chi, come me, ha gioito per l’uscita del nuovo libro di King lo ha fatto troppo presto. Se il divertissment “Colorado Kid” mi ha fatto credere per un po’ che la crisi per King fosse passata, questo libro mi ha fatto tornare lo sconforto.
Se capitasse davvero quello che succede nel libro, per Lisa (che è una cellulare-dipendente) sarebbero guai.
È il primo ottobre, e a Baston è una giornata di sole. Per Clayton Riddell è il più bel giorno della sua vita, sta per “diventare famoso”, quantomeno, i suoi disegni smetteranno di essere solo un hobby. E mentre lui aspetta per prendere un cono gelato, il mondo finisce, perché tutti quelli che hanno un cellulare all'orecchio impazziscono improvvisamente, regredendo allo stadio di belve feroci. In un attimo, un misterioso impulso irradiato attraverso gli apparecchi distrugge il cervello, azzerando la mente, la personalità, migliaia di anni di evoluzione. E la cosa peggiore non è questa, è che dopo poco tempo gli “zombie” cominciano ad “aggregarsi e organizzarsi”. Clayton, assieme ad un piccolo gruppo di scampati al delirio, fugge nel Maine per salvare la moglie Sharon e il figlio Jhonny Gee dalla minaccia incombente del loro telefonino.
La storia è bella, avvincente e ben narrata (qualcuno obietterà che gli zombie andavano di moda negli anni ‘80, il che è vero), ma manca quel certo non so che alla Stephen King. Tra l’altro, pecca degli ultimi romanzi di King, è qualcosa di già sentito: se Buick 8 aveva somiglianze sospette con Christine, Cell è una fine del mondo che ricorda quella (molto più stilosa) de L’ombra dello scorpione. Il problema è che la storia non è sviluppata, non si dà una spiegazione al fenomeno (in effetti questo gli si può perdonare, non so dove - credo in On Writing - il Re afferma che quanto a spiegare perché certe cose accadano è sempre stato debole), non c’è un finale degno di questo nome (ed è poi inutile che nel suo sito King dica “Eh, mi pare ovvio che in finale è…” - leggetevelo sul sito se avete finito il libro. La gente compra i libri per inizio-svolgimento-fine, non per un finale “aperto”).  Il libro è gradevole (e soprattutto, non brodoso), ma gli manca quella “magia” che ha caratterizzato lavori di ben altro spessore di King (due su tutti, IT e Il miglio verde).
Per carità: dopo il finale della Torre Nera, e i due libri La casa nel buio - Buick 8, questo libro è un pallido raggio di speranza. Ma il vero King è un altro, non questo.

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La morte nel villaggio, di Agatha Christie


(Per la citazione grazie a Dreamer's Corner)

Mai commettere delitti in paesi dove vivono vecchiette docili all'apparenza ma terribili in realtà: è questo l'insegnamento dei romanzi della Christie con protagonista Miss Marple.
Il colonnello Protheroe è stato ucciso a casa del Vicario di St. Mary Mead, paesino nel quale vive una anziana zitella: Miss Marple, dotata di un grandissimo spirito di osservazione e una mente lucidissima. Sarà lei a venire a capo dell'intricata vicenda e a rivelare chi è l'assassino tra la signora Protheroe, sua figlia, la misteriosa signora Lestrange, il pittore Redding, l'archeologo Stone e la sua segretaria, e infine il Vicario, sua moglie, e suo nipote.
L'evento si presenta subito non privo di misteri che si infittiscono sempre di più nel corso della narrazione, e come spesso accade nei gialli (soprattutto quelli della Christie), tutto è reso difficile dal fatto che il colonello Phroteroe, con il suo caratteraccio, non era affatto benvoluto ed erano in molti ad avere un motivo per ucciderlo.
Se Poirot è (probabilmente) il personaggio più famoso della narrativa gialla, questa vecchietta all'apparenza pacifica, non sposata, che si definisce "un'osservatrice della natura umana" e grazie a tale abitudine ad osservare, riesce a risolvere i casi di omicidio più intricati nei quali si trova, a volte per caso a volte no, coinvolta, è certamente il personaggio più amato dall'autrice di gialli per eccellenza: Dame Agatha Christie. L’ultima storia con protagonista Miss Marple fu infatti pubblicata nel 1976. dopo la morte della Christie: evidentemente, Miss Marple non poteva morire prima della Christie perché, in fondo, Miss Marple è la Christie.
Nel primo romanzo in cui appare (Murder at Vicarage - La morte nel villaggio nella traduzione italiana) Miss Marple si difende così dall'accusa di essere una vecchietta tremendamente pettegola: «Caro Reverendo, sorrise Miss Marple, non siete proprio un uomo di mondo, voi. Quando si è osservata la natura umana per molto tempo, come ho fatto io, si arriva a non fidarsi più di nessuno. Ammetto che i pettegolezzi possano essere nocivi, ma molto spesso sono anche veri, non trovate?»
Il romanzo è uno dei migliori della Christie: fino alla fine (ma questo accade per tutti i romanzi della Duchessa del Delitto) tutte le possibilità restano aperte.
Non tentate di mettervi alla pari con l'autrice: vi farà credere di aver capito chi è il fatidico assassino per farvi cambiare idea un momento dopo. Rispetto ad altri autori di gialli bisogna però dire che Dame Agatha, pur conducendo il gioco e facendo credere al lettore ciò che vuole, non gioca sporco (a parte in un romanzo intitolato "Dalle nove alle dieci", dove tutto sommato bara): tutti i fatti, tutti gli indizi vengono svelati, tutte le carte vengono messe sul tavolo da gioco: ma solo Miss Marple (o chi per lei) risolverà (come sempre) il delitto.

Già recensito della Christie: Poirot a Styles Court.

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Il broker, John Grisham
 

Joel Backman, noto come “il broker”, un tempo uno degli uomini più potenti di Washington, è esterrefatto: il presidente degli Stati Uniti ha firmato, poco prima della scadenza del mandato, i documenti per la sua liberazione. Era in carcere da sei anni per aver tentato di vendere un software studiato da tre giovani pachistani, capace di neutralizzare il più sofisticato sistema di spionaggio satellitare. Ma ben presto l'uomo, diretto verso un'ignota città italiana, si rende conto che il gesto del presidente non è stato un semplice atto di clemenza e si trova nel mezzo di una girandola di eventi che coinvolgono la Cia, ma anche i servizi segreti israeliani e quelli sauditi…
Libro con un po’ di infamia e senza alcuna lode, per passare due/tre ore senza annoiarsi ma neanche senza grandi coupe de theatre degni di nota (anzi, alquanto prevedibili se “masticate” le spy story e conoscete un po’ Grisham. Difatti Backman è stato liberato per essere usato come esca, ma ovviamente “si mangerà tutti in insalata” aiutato anche dalla sua insegnante di italiano, che ovviamente si innamorerà di lui.
Insomma, non il migliore dei libri di Grisham, anche perché per una storia del genere ci vorrebbe un po’ più di movimento, mentre per due terzi il libro (e anche più) parla di “Marco Lazzari” (nuovo nome di Backman), che tenta di imparare l’italiano e prende confidenza con le nostre abitudini. Il libro si sveglia negli ultimi capitoli, anche se ci sono lacune gigantesche (che fine ha fatto il killer cinese, tanto per dirne una?) e non si rimpiange certo di averlo finito.
Ps: Grisham, tu risparmiami la fuffa che «questo romanzo è il frutto di un amore spassionato per l’Italia e tutto ciò che è italiano», che c'hai descritto come un popolo che passa le giornate al bar ad ingozzarsi di caffé. E ammetto di conoscere poco Bologna, ma non venitemi a dire che Grisham la descrive bene, proprio no.
Aridateme lo scrittore di talento che ha scritto “Il socio”, “Il rapporto Pelican” o “Il cliente”, e togliete di mezzo il fratello meno dotato, grazie. E se è lui che ha scritto ‘sta schifezza, beh: si autopensionasse e godesse i soldini che ha guadagnato finora!

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Niente di vero tranne gli occhi, di Giorgio Faletti
 


Che cosa unisce Jordan Marsalis, fratello del sindaco di New york ed ex tenente di polizia, e Maureen Martini, commmissario di polizia a Roma? Apparentemente nulla. Eppure, per strade e vicissitudini diverse, si troveranno uniti in un'indagine su un beffardo assassino che compone i corpi delle sue vittime come i personaggi dei Peanuts, dopo averle seviziate nei modi più efferati. La prima vittima è un pittore "maledetto", figlio del sindaco di New York e nipote di Jordan, cui fanno seguito altri due omicidi misteriosamente collegati fra loro. Un susseguirsi di colpi di scena sullo sfondo della metropoli più metropoli del mondo, dove tutto è accaduto e dove tutto può accadere, dove in realtà non c'è niente di vero. Tranne gli occhi...
Parlavo con una mia amica, una intrallazzata nel mondo dell’editoria. Così per caso il discorso si è spostato sull’ultimo libro di Faletti, da me comprato pochi giorni fa. In pratica l’amica intrallazzata mi dice che Faletti è stato poco bene, aveva bisogno di soldi, ma non poteva ripresentarsi in teatro o tv. Da qui l’idea di scrivere un libro, di cui lui avrebbe solo buttato giù il canovaccio, e un po’ come è successo per Melissa P., altri avrebbero “limato”.
Meno prolisso di Io uccido, dove c'erano minimo 4 pagine dedicate alla descrizione puntigliosa del tragitto casa - lavoro del dj, abbastanza scorrevole e con il solito mix tensione - bella prosa, Niente di vero tranne gli occhi è un libro che si legge bene, ma che non offre nulla di nuovo. Il romanzo contiene personaggi e situazioni stereotipate (l’ex poliziotto tormentato, il misterioso transessuale, la poliziotta sfortunata, l’insospettabile assassino che uccide le sue vittime in modo stravagante), insomma, la solita americanata, come lo stesso Faletti ha ammesso in qualche intervista ( Perché New York? "Perché cercavo una città dolente e New York oggi lo è".  Ma anche per strizzare un occhio al mercato, ammette candidamente Faletti, visto che "la mia è letteratura di genere e l'America è la sua patria". ) 
Da leggere, ché tutto sommato in fondo in fondo non è male. Ma da qui a parlare di grande scrittore, ce ne corre.

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Io sono Charlotte Simmons, di Tom Wolfe


Mi è stato regalato per il compleanno, venerdì a pranzo, sabato ora di cena era già finito: Io sono Charlotte Simmons, ultima fatica letteraria di Tom Wolfe.
La Dupont University, con le sue architetture gotiche e il suo parco splendidamente curato, è l'Olimpo della cultura universitaria americana, il luogo che raccoglie la crème della gioventù statunitense, quella destinata a diventare la classe dirigente di domani. Perlomeno così appare agli occhi di Charlotte Simmons, bella e intelligente matricola che si ritrova catapultata in questo paradiso intellettuale dal paesino nelle montagne del North Carolina dove ha vissuto l'intera sua vita. Scoprirà presto che la realtà è ben diversa, perché dietro la facciata di eccellenza culturale si agita un mondo corroso da una feroce competizione per il predominio, non solo accademico, ma anche razziale, sociale, sessuale.
Far parte di questa élite è comunque un privilegio che sconfina nel sogno, e per Charlotte è immediato il bisogno di sentirsi accettata. Sa che l'aspettano tempi difficili, e si sente quindi più che lusingata quando scopre di essere stata "adottata" dai principali esponenti di questa aristocrazia: la sua compagna di stanza Beverly, una ragazza più dedita alle conquiste amorose che allo studio; Jojo Johanssen, l'unico giocatore bianco del "dream team" di pallacanestro, la cui stella sta per essere offuscata da uno studente nero appena arrivato; Adam Gellin, che dirige il giornale dell'università appellandosi al più stretto rigore intellettuale; e Hoyth Thorpe, snobissimo esponente della Saint Ray fraternity, che ha per caso assistito a un segreto incontro sessuale di una compagna con il governatore della California -evento carico di conseguenze che Wolfe maneggia con la sua nota destrezza. Entrare nelle loro grazie è per Charlotte qualcosa che da alla testa e rischia di farle tradire i valori in cui è cresciuta, prima di arrivare a capire la grandezza del suo essere diversa e la forza che le da la sua innocenza.
Molti autori, come Breat Easton Ellis, ritengono che Wolfe abbia fallito: in effetti non dovrebbe essere stato facile per un dandy ultrasettantenne calarsi nei panni di un teenager americano, ma direi che ci è riuscito ottimamente.
Un libro veloce e scorrevole, anche se lento e ostico in alcuni punti, e forse prevedibile. Tuttavia, un libro che vale la pena di essere letto, non solo in chiave romanzesca ma anche critica verso la società, giovanile e non solo, americana.

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Ossessione, di Stephen King
 

Avendolo acquistato da poco, cosa potevo recensire?!

Ossessione (Rage in lingua originale, un titolo ovviamente molto più adatto della traduzione italiana) è un romanzo giovanile di King. Il protagonista della storia è il diciottenne Charlie Decker, un ragazzo come tanti. Nella sua testa qualcosa reagisce in modo anomalo alle sfide ed alle ingiustizie di una vita di provincia fatta di bravate tra ragazzi e vagheggiate avventure con adolescenti. La sua rabbia scoppia improvvisa una mattina durante una lezione a scuola: pistola in pugno, Charlie comincia una disperata avventura coinvolgendo nella sua ossessione privata la vita ed il destino di una intera classe. Segreti di sesso, di sangue, di odio vengono alla luce; tutti tolgono la maschera dell'ipocrisia in una confessione tragica e liberatoria. Qualcuno ci rimetterà la vita, qualcuno la reputazione, qualcun altro ancora la sanità mentale. L'avventura vissuta con Charlie agirà comunque su ciascuno come potente catalizzatore per scatenare la follia nascosta nel profondo e guardare in faccia le radici del Male.
Scritto nel 1966,  ma pubblicato nel 1977, Rage è il primo libro scritto sotto lo pseudonimo di Richard Bachman. E' stato poi ripubblicato nel 1985 col vero nome di King dopo essere stato scoperto il vero autore (in Italia non era neanche uscito fino alla rivelazione di King).
Ossessione è stato il libro che più ha creato problemi a Stephen King: la trama cruda ha infatti sollevato diverse polemiche in USA, dove, come è noto, il problema della violenza giovanile è all'ordine del giorno.
Più volte il romanzo è stato ritirato dalle librerie, per esempio nella primavera 1999 dopo la terribile tragedia di Denver.
In realtà il libro, come spiega lo stesso King in
questa intervista, è stato citato in un altro caso di cronaca e precisamente quando il 1 dicembre 1997, a West Paducah nel Kentuky, il quattordicenne Michael Carneal aprì il fuoco con una pistola semiautomatica cal. 22 contro un gruppo di persone che a scuola stavano partecipando ad un incontro di preghiera, uccidendo tre ragazze e ferendone cinque, una delle quali resterà su una sedia a rotelle per il resto della vita. Non ci sono prove che Carneal abbia letto Rage (anche se hanno trovato una copia del libro nel suo armadietto, ma quanti libri avete voi a casa che non avete mai letto?!), né che l'abbiano fatto Dylan Klebold ed Eric Harris, gli autori di Columbine, o tutti gli altri adolescenti responsabili di stragi in America. Tuttavia il libro è stato ritirato dal mercato, dietro espressa richiesta di King, cosa che gli fa onore ma che a parer mio non serve a niente. Anche perché, riguardo alla pericolosità di questo libro King ha risposto, sempre nell'introduzione "The importance of being Bachman", "Tutto quello che posso dire in conclusione a questo mio racconto è che se c'è qualcuno lì fuori che leggendo questo sente il bisogno urgente di prendere una pistola ed emulare Charlie Decker, non fare lo stronzo. Prendi una penna, invece. O piccone e vanga. O un'altra dannata cosa. La violenza è come l'edera velenosa - più strofini, più si espande."
Premesso che io amo King e che ho sempre detto che gli ultimi libri non reggono il confronto con i primi, questo libro è spaventoso per la sua normalità: quello che è capitato a Charlie potrebbe capitare a ciascuno di noi, in qualunque momento.

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Ingannati e traditi, di Michael Moore
 

Michael Moore
ha raccolto in questo suo ultimo libro una selezione di e-mail che gli sono state spedite dai soldati impegnati nella guerra in Iraq: uomini e donne che all'inizio hanno creduto di abbracciare una causa giusta, per poi scoprire sulla propria pelle che non c'erano armi di distruzione di massa da cui difendere "il mondo libero", ma solidi interessi economico-finanziari che nulla hanno a che spartire con i valori della libertà e della democrazia.
Molti di questi soldati, molti dei loro familiari confessano di avere visto in Moore un anti-americano da disprezzare; poi hanno scoperto che la sua battaglia non era contro il popolo americano, ma contro una Amministrazione che ha inviato i propri soldati in Iraq per combattere una battaglia che poco ha a che vedere con la difesa degli Stati Uniti d'America.
A partire dal suo famoso e memorabile discorso alla cerimonia degli Oscar del 2003 fino a giungere allo strepitoso successo del suo documentario "Fahrenheit 9/11", Michael Moore è stato probabilmente il più spietato critico dell'amministrazione Bush e della guerra in Iraq. Ma in questo libro Moore lascia la parola ai veri eroi della protesta: agli uomini e alle donne che combattono e hanno combattuto in Iraq e che vogliono che il pubblico americano sappia quali sono le loro opinioni circa la loro missione e il loro comandante in capo.

Già recensito:
Stupid White Man, di Michael Moore

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I misteri di Blackstone, di John Saul


I critici horror tendono a paragonare John Saul a Stephen King, cosa non del tutto esatta. Personalmente non ho dubbi (e nemmeno voi, se dedicate 5 minuti del vostro tempo a questo blog) su chi sarebbe il vincitore in una ipotetica disfida tra i due (le querelle non è poi mica tanto fantascientifica, viste le
dichiarazioni abbastanza piccanti dello stesso Saul), ma ammetto che sarebbe una dura sfida.  John Saul è uno degli scrittori più amati d'America: vincitore dei Pacific Northwest Writers (1990), American Library Association (1990), New York Public Library Award (1991), Evergreen Book Award (1992). Purtroppo per noi, in Italia solo 6 degli oltre venti romanzi che compongono la bibliografia dell'autore sono stati tradotti.
In effetti, nonostante le
dichiarazioni dello stesso Saul, I misteri di Blackstone (il cui titolo in inglese, The Blackstone Chronicles rende molto meglio l'idea del libro) prende spunto (l'autore conferma) dal romanzo a puntate Il miglio verde di King e ricorda moltissimo (ma l'autore nega) Cose Preziose, pur differenziandosi in mille piccoli particolari.
La vicenda ha inizio ai nostri giorni a Blackstone, New Hampshire, un tranquillo villaggio da cartolina con un terribile e doloroso passato. Perché qui, sulla North Hill, sorge il vecchio Manicomio, antica dimora di esseri squilibrati, intrattabili, o molto più semplicemente, scomodi. Abbandonato da tempo, l'edificio è destinato alla demolizione. Ma qualcosa si oppone a questo progetto, e il Male, a lungo imprigionato nelle mura di pietra, si insinua nella notte. Il suo potere prende la forma di doni apparentemente innocui, destinati a vari membri della comunità, scossa da morti inaspettate e incidenti terribili.
Un libro indubbiamente da leggere tutto d'un fiato, dedicato agli amanti dell'horror ma non solo!

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Il giornalista quasi perfetto, di David Randall


Come si diventa un buon giornalista. Che cos'è una notizia. Come scovarla. Come gestire le fonti. Come aprire un articolo. Come si organizza un pezzo. Quali sono i modi di raccontare. Come riportare gli eventi più drammatici. Cos'è un articolo di cronaca. Cos'è un articolo di commento. Come usare la rete.
Questo libro è un prontuario della professione giornalistica facilmente comprensibile anche dai non addetti ai lavori. Randall è caporedattore del quotidiano inglese Indipendent e responsabile dell’edizione on Sunday ma non parla - come si potrebbe immaginare - del giornalismo inglese perchè sostiene che non esistono giornalismi nazionali, orientali o occidentali: “ci sono solo il giornalismo buono e quello cattivo”.
Il giornalista perfetto è colui il quale "servirà  la società  meglio dei funzionari pubblici più zelanti, perchè non farà  gli interessi dello Stato ma del cittadino: informandolo infatti gli conferisce potere".
Un libro assolutamente da leggere, anche se non si è interessati al mestiere di giornalisti, semplice, diretto, ricco di aneddoti e di citazioni.

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Il codice Da Vinci, di Dan Brown


Parigi, Museo del Louvre. Nella Grande Galleria, il vecchio curatore Saunière, ferito a morte, si aggrappa con un ultimo gesto disperato a un dipinto del Caravaggio, fa scattare l'allarme e le grate di ferro all'entrata della sala immediatamente scendono, chiudendo fuori il suo inseguitore. L'assassino, rabbioso, non ha ottenuto quello che voleva. A Saunière restano pochi minuti di vita. Si toglie i vestiti e, disteso sul pavimento, si dispone come l'uomo di Vitruvio, il celeberrimo disegno di Leonardo da Vinci. La scena che si presenta agli occhi dei primi soccorritori è agghiacciante: il vecchio disteso sul marmo è riuscito, prima di morire, a scrivere alcuni numeri, poche parole e soltanto un nome: Robert Langdon.
A leggere la trama, e a vedere tutto il blablabla che se ne è fatto, sembra un libro avvincente. Macché. Una noia mortale. La prosa è piatta, e la storia monotona. Se il Codice volesse solo essere un semplice romanzo (ma non lo è, autore dixit) non sarebbe neanche male, il problema è che vorrebbe essere chissà quale "verità divina" puer non dicendo nulla di nuovo rispetto ad altri libri che trattano dell'argomento (vedi il Santo Graal, ed. Mondadori di Michael Bagent, Richard Leigh e Henry Lincoln), con aggiunte un mare magnum di stronzate che non ha più fine. C'è l'immancabile storia d'amore, che a quanto pare non può mancare in nessun libro americano, una interminabile caccia al tesoro scritta in modo quasi banale con dialoghi elementari e colpi di scena prevedibili.
Ringrazio Lisa & Alessia che me l'hanno regalato per il compleanno, ma..'sto libro è una sòla, e se non l'avessi letto non mi sarebbe cambiato niente. Uno che parlando dei Campi Elisi non trova di meglio da dire che sono la Quinta Strada di Parigi merita solo di essere cestinato!

La recensione del film.

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La saga della Torre Nera, di Stephen King


L'ULTIMO CAVALIERE: anno 1982.
Nel primo volume, non c'è altro che l'inseguimento di un mago da parte di Roland: circa duecentocinquanta pagine di inseguimento nel deserto. E se in
Shining l'ambientazione sempre uguale e i pochi personaggi erano quasi insopportabili qui la lettura è godibilissima e tutto sommato avvincente.




LA CHIAMATA DEI TRE: anno 1987. riprende la narrazione delle gesta di Roland, l'eroe solitario deciso a raggiungere la misteriosa Torre. Il pistolero sa che dovrà trovare le tre porte spazio-temporali per introdursi nel nostro mondo e raggiungere così i tre predestinati. Il primo che viene chiamato da Roland e' Eddie (Il Prigioniero), un tossicodipendente e corriere per gente che spaccia droga. La seconda persona e' Odetta Holmes (o anche Detta Walker, dato che soffre di una pesante forma di schizofrenia). Alla fine le due personalita' si fondono in Susannah, che porta i lati migliori di
entrambe. Il terzo è l'uomo che ha mutilato Odetta Holmes, e il pistolero è chiamato ad ucciderlo.

TERRE DESOLATE: anno 1992. Ritroviamo Jake Chambers, il bambino che era stato sacrificato da Roland nel primo libro. Jake ritorna nel Medio-Mondo dopo un rito durante il quale i quattro, Eddie, Sussannah, Roland e Jake si comportano con onore. Il gruppo dovrà affrontare altre avvenure preima di arrivare a Lud, dove c'è un treno particolare, Blaine il mono, che va matto per gli indovinelli e promette ai viaggiatori di portarli al capolinea se gli porranno un indovinello cui lui non saprà dare risposta.


LA SFERA DEL BUIO, anno 1997. Il quarto capitolo della saga inizia con uno slittamento spaziale per cui i nostri quattro eroi si sono venuti a trovare nello stesso universo de "L'ombra dello scorpione". Il vero nucleo narrativo sono comunque proprio le 500 pagine in cui ci viene raccontata la storia d'amore di Roland e Susan, allusa qua e là già nei precedenti romanzi. Un romanzo STUPENDO, dove la storia d'amore, in alcune parti elefantiaca a dir la verità, non è un romanzetto rosa. L'ultimo capitolo della torre veramente bello e godibile. Da qui in poi, la saga diventa ILLEGGIBILE.

I LUPI DEL CALLA, anno 2003. Dopo sei anni di attesa, Stephen King accorcia le distanze con la Torre Nera e il suo segreto. Roland e il suo bizzarro seguito - il giovane Jake, Eddie e sua moglie Susannah - cercano di raggiungere la Torre per arrestare il disfacimento della realtà e il suo annullamento nel caos. Ma attraversando le foreste del Calla, una regione del Medio-Mondo, si imbattono nella tragedia di una piccola comunità rurale sfinita dalle incursioni di un nemico ignoto e spaventoso, creature dal muso di lupo che assaltano le case con armi invincibili seminando morte e distruzione. In questo libro ritroviamo Père Callahan, il prete de "Le notti di Salem".

LA CANZONE DI SUSANNAH, anno 2004. Per dare alla luce la creatura concepita per distruggere la Torre, il demone Mia ha usurpato il corpo
di Susannah Dean e ha usato la potenza della sfera del buio per trasportarsi nella New York del 1999. La città è strana per Susannah e
terrificante per la "figlia di nessuno" che domina il suo corpo e la sua mente. La salvezza della torre dipende dalla liberazione di Susannah. Il piccolo Jake, Oy (il bimbolo -una specie di cane- di Jake), e Père Callahan, dopo avere combattuto contro i Lupi del Calla, si precipitano sulle tracce della donna per impedirle di arivare all'appuntamento fatale.

LA TORRE NERA, anno 2004. L'inseguimento di Roland e dei fedeli (mai come in questo caso) lettori è giunto al termine: il pistolero e i suoi compagni Susannah-Mia, Jake, Père Callahan, Oy, Eddie e John Cullum sono tutti salvi, anche se lontani tra loro nello spazio e nel tempo, l'uomo in nero è stato finalmente raggiunto e la Torre rivelerà finalmente il segreto che custodisce tanto gelosamente.In questa corsa alla scoperta della verità ricopre un posto di primo piano anche l'autore, che compare in queste pagine nel ruolo di sé stesso, così come aveva già fatto nel penultimo episodio La canzone di Susannah.
La recensione della Torre Nera.

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Poirot a Styles Court, di Agatha Christie


Iniziò tutto da una scommessa, una sfida che le sorelle Miller fecero quasi per gioco e che ebbe come esito la nascita del più famoso investigatore di Londra dopo Sherlock Holmes: Hercule Poirot. Il primo romanzo che vede protagonista il celebre detective belga, venne scritto durante la prima guerra mondiale e pubblicato nel 1920, quando Agatha Christie accettò l'offerta, piuttosto irrisoria, di una casa editrice che puntava molto sulla detective story. L'idea del romanzo "giallo" era nata per caso, dopo aver abbandonato definitivamente ogni aspirazione di diventare una cantante e appassionandosi un poco per volta alle storie di delitti che tanto andavano di moda dopo il successo letterario ottenuto da Sir Arthur Conan Doyle. La Christie non volendo ricopiare le qualità di Holmes, decise comunque di creare un geniale investigatore apparentemente buffo, non eccessivamente bello e piuttosto sofisticato nello stile di vita. Sicuramente non un inglese, magari un belga e perché no, un profugo fuggito ai disastri della guerra e approdato in quell'Inghilterra post vittoriana posta un po' fuori dal mondo.
"Alto poco più di un metro e mezzo, grassoccio, piuttosto anziano, con un enorme paio di baffi e con una testa simile ad un uovo". Questa è la descrizione dell'investigatore che riesce a scoprire il colpevole di un misterioso delitto avvenuto nella bellissima tenuta di Styles Court. La vittima dell'omicidio è Emily Inglethorp, ricca proprietà della tenuta, che una notte viene trovata morta. Tra gli ospiti si fa largo il sospetto dell'omicidio per avvelenamento e il capitano Hastings, uno degli ospiti chiede a Poitot di aiutarlo a scoprire il colpevole. Il detective inizia la sua indagine e con una serie di ragionamenti difficili da seguire e che infastidiscono l'amico arriva a trovare a trovare la soluzione coinvolgendo l lettore nel gioco intellettuale dello scioglimento dell'enigma. È un romanzo in definitiva che ci fa entrare nel mondo narrativo della scrittrice inglese: un mondo in cui Poirot rappresenta la guida e in cui nessuno di noi può farsi sfuggire neppure il più piccolo dettaglio.
"Grazie" a
cameragialla. I libri della Christie sono di quelli che, per citare De Crescenzo "sono i peggiori per l'insonnia". Quando li prendi non puoi fare a meno di finirli, e per quanti sforzi tu faccia non riesci mai ad indivuare il colpevole: vuoi perché la Christie è un genio, vuoi perché sei troppo preso dalla trama, vuoi semplicemente perché è impossibile riuscire a capirlo.

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La Trilogia, di Oriana Fallaci


Questa Trilogia riunisce i tre libri che negli ultimi tre anni hanno costituito il fenomeno più clamoroso e ineguagliato nella storia della nostra editoria: "La rabbia e l'orgoglio", "La forza della ragione", "Oriana Fallaci intervista Oriana Fallaci" (ora modificato in "Oriana Fallaci intervista sé stessa"). Soltanto in Italia, un milione di copie ciascuno. All'estero, dove sono stati tradotti in oltre venti lingue, un successo che supera anche quello delle altre sue opere.
L'autrice ha riveduto e corretto, ma soprattutto ampliato, ogni testo con numerosi brani e lunghi inserti che lo rinnovano e arricchiscono. Nel terzo, oltre ai numerosi inserti ha aggiunto il Post-Scriptum che ha chiamato "L'Apocalisse". Praticamente un nuovo libro (oltre 100 pagine) col quale, rifacendosi all'Apocalisse dell'evangelista Giovanni e sempre intervistando sé stessa, con il consueto coraggio completa e conclude la sua intesa fatica.
Scritti a partire dall'attacco alle Torri gemelle di New York, amati (o fortemente criticati) da milioni di persone in Italia e nel mondo, indubbiamente i tre libri dicono ciò che tutti gli Italiani in parte, del tutto o con toni più moderati pensano. Oriana Fallaci sveglia le coscienze, e se per farlo deve usare termini forti non esita a farlo. Indubbiamente certe sfuriate sono evitabili e non del tutto condivisibili, ma resta il fatto che questi libri siano una summa del pensiero fallaciano da non perdere.
Il racconto della Fallaci, insieme alla sua capacità di esplicitarsi ed esplicitare in virtù d’un talento che vive di parole semplici, ma significanti, è giunto come uno sparo nel cervello e così tutti hanno potuto intravedere e riconoscere il terrore; assaggiare e percepire il vuoto che solo l’angoscia e il tormento sanno far provare. Oriana Fallaci parla “a viso aperto” con il lettore e si rivolge a lui in modo diretto, cercando di coinvolgerlo nei suoi ragionamenti e di condurlo a usare la Ragione per comprendere il Male di questo secolo.
Da evitare i toni da sermone e la prosa ridondante. Tuttavia, un'opera da non perdere.

Recensito "a fondo": Oriana Fallaci intervista sé stessa.

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Balle! E tutti i ballisti che ce le stanno raccontando, di Al Franken


Tagli alle tasse? Ma siamo davvero sicuri che ne beneficeranno i più poveri come il presidente Bush vuol far intendere?Armi di distruzione di massa? Ma dove sono? E l'attacco alle Torri Gemelle? Secondo Al Franken, uno dei comici americani più agguerriti ed esilaranti di questi ultimi anni, il governo, invece di dare ascolto agli avvertimenti del direttore della CIA George Tenet e dei membri dell'amministrazione Clinton, stava mettendo a punto un formidabile piano antiterrorismo dal nome "Operazione Chissenefrega". E poi, dopo l'11 settembre, tutti a dare la colpa a Clinton, ai democratici e a quei maledetti 'liberal' che controllano i media e che sono più pericolosi di bin Laden. Stanco di ascoltare le clamorose balle che l'amministrazione Bush con l'appoggio dei mass media sta raccontando al mondo intero, Al Franken ha deciso che non vuole più rimanere in silenzio. Con l'aiuto di un gruppo di studenti e ricercatori dell'università di Harvard, ha così passato al setaccio le gesta e le dichiarazioni del presidente e dei suoi degni compari per svelarci come e dove hanno mentito. Incaricato direttamente da Dio (certo, Dio gli ha parlato! e gli ha persino dettato l'indice del libro!), ha letto da cima a fondo i giornali e ha guardato ore e ore di televisione per illustrarci quando e perché chi controlla i mezzi di comunicazione racconta balle che poi fanno il giro del mondo e diventano, come per miracolo, delle verità indiscusse. Con un umorismo che non dà tregua, Franken rende noti i meccanismi retorici e le falsità della destra senza mai lasciarci prendere fiato. Ci mostra, in una specie di opera buffa a cui partecipano tutti i soci del presidente, le 'mirabili' azioni in Vietnam degli attuali componenti del governo (peccato che nessuno di loro abbia mai combattuto in quella guerra: "Più che aquile, dei veri e propri polli") o, ancora, ci racconta un nuovo Vangelo, questa volta a fumetti, l'unico letto da Bush, che ha come protagonista un esilarante Gesù reaganiano che toglie ai poveri per dare ai ricchi, certo che questo sia l'unico modo per incentivare la crescita economica e fare uscire quei pigri dalla povertà. Da un vero genio della comicità, un libro che è rimasto in testa alle classifiche americane per mesi, una durissima requisitoria contro il governo americano, un esilarante attacco a tutti gli 'stupid white men' che si ostinano a raccontare balle al mondo intero sperando di farla franca. (Note di copertina)
Stanco delle menzogne che il presidente Bush, con l'appoggio dei mass media, sta raccontando al mondo intero, Al Franken ha deciso di passare al setaccio le gesta e le dichiarazioni del presidente per svelare come e dove ha mentito. Con l'aiuto di alcuni studenti e ricercatori dell'Università di Harvard, ha letto centinaia di giornali e guardato ore e ore di televisione per illustrare i motivi e i modi in cui chi controlla i mezzi di comunicazione riesce a porre come verità indiscutibili delle vere menzogne. Franken rende note le falsità della destra americana, a partire dalle "mirabili" imprese in Vietnam degli attuali membri del governo, che in realtà non hanno mai combattuto, fino alle armi di distruzione di massa di Saddam, che però non sono mai state trovate.
Il problema di questo libro è che pur essendo scritto bene e tutto sommato sia una piacevole lettura anche se non sempre scorrevole è troppo fazioso e tende a distinguere nettamente il bene (democratici) dal male (repubblicani), spesso ingigantendo cose o omettendone altre che alla fin fine pregiudicano il risultato del libro.

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L'esorcista, di William Peter Blatty


"Qualcosa... Qualcosa di terribilmente sbagliato era nell'aria. Come la lama di luce che filtra da sotto la porta di una stanza illuminata, un sottile bagliore di paura s'insinuò nell'oscurità che avviluppava la mente. Che cos'era in attesa dietro la porta? Che cosa... ?"

Che cosa succede alla piccola Regan, trasformatasi in un mostro blasfemo che urla oscenità e frasi sconnesse? Sua madre, la famosa diva del cinema Chris MacNeil, non riesce a capirlo. Né ci riescono i medici e gli psichiatri né la polizia. Forse solo un esorcista può dare una risposta. Ma la Chiesa impone cautela, esige prove, chiede tempo. Intanto la casa risuona di colpi, i mobili si spostano da soli, un uomo muore con il collo spezzato, il fragile corpo di Regan sembra cedere alla tempesta che lo sconquassa. E lo scontro tra l'uomo di Dio e gli spiriti del Male sembra ormai inevitabile.
"L'esorcista" è sicuramente il capolavoro per eccellenza del genere horror, un libro dal quale è stata tratta una delle pietre miliari della storia del cinema (sì, stavolta il film tratto dal libro mi piace!). Anche se definirlo horror è un po' limitante, perché, per chi ci crede, la storia non è frutto della semplice fantasia, ma in realtà ben documentata fin dai tempi più remoti. E' la storia della piccola Reagan, figlia di una nota attrice che, come tutte le bambine che si affacciano all'adolescenza vive con entusiasmo e curiosità questo passaggio naturale. Ma da un giorno all'altro senza apparente motivo, si trasforma in un essere che non ha più nulla d'umano, un mostro delirante dai poteri che vanno al di là d'ogni immaginazione. Non esistono medici o esami che possano dare spiegazioni. Solo la chiesa e il suo rappresentante, padre Karras, saranno in grado di affrontare il demonio che tenta di annientare il corpo posseduto della piccola Reagan. Uno scontro tra il bene e il male, fra Dio e il Demonio.
Una nota sul film: nel 2000 è stata distribuita la versione integrale restaurata nel colore e rimasterizzata nel suono, nonché più lunga di undici minuti (comprendenti la famigerata spider-scene, nella quale Regan scende le scale camminando come un ragno a testa in giù, che potrebbe risultare una delusione per i fans: dura solo quattro secondi) di scene scartate a suo tempo dal regista e non censurate ma, in generale, il film è rimasto immutato. E questo "fenomeno troppo brutto per essere preso alla leggera" (Pauline Kael) ha fatto di nuovo centro al botteghino. Le scene più ricordate sono naturalmente quelle di possessione, ma la più bella è quella – nebbiosa e fiabesca – che fa da sfondo anche alla locandina: padre Merrin fermo davanti alla casa di Regan, nella fioca luce di un lampione. Con due seguiti e innumerevoli parodie.
Mi rifiuto di vedere "L'esorcista: la genesi".

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Qui comincia la sventura del signor Bonaventura, di Sto


Pubblicato nel 1927 con lo pseudonimo di Sto, il testo venne poi incluso con altre commedie in Il teatro di Bonaventura.
Il signor Bonaventura, nato nel 1917 sulle pagine del «Corriere dei piccoli», (supplemento per l’infanzia del Corriere della Sera) ha avuto una prima vita lunga quasi cinquanta anni, e una seconda vita parallela in teatro, con sei commedie scritte e messe in scena da Sto, che impersonava lui stesso Bonaventura, con un gran successo che è continuato anche dopo la sua scomparsa e fino ad oggi; ha un'identità che lo avvicina a quella di un'autentica maschera, in cui si combinano la «fissità del Pierrot tardoromantico» e lo «sberleffo del teatro futurista» (Paola Pallottino).
Ma non sono soltanto i tempi e gli effetti comici infallibili, frutto della lunga esperienza teatrale dell'attore, a garantire il duraturo successo di quella che è stata definita l'ultima maschera della Commedia dell'Arte: alla lettura infatti si rivela tutta l'attrattiva della lingua di Sto, nutrita dei succhi di una tradizione letteraria che spazia da Metastasio ai futuristi. E' una lingua fatta di ritmo e di fantasia inesauribile, della quale si fa apprezzare soprattutto il doppio registro: per la freschezza dell'invenzione e la gratuità del gioco essa incanta il pubblico bambino, ma al tempo stesso riserva all'intelligenza dell'adulto il piacere di assaporare uno stile di rara e sapientissima leggerezza.
Il mondo in cui si muove - insieme a personaggi grotteschi e stralunati quanto lui, come Cecè o il violinista, appare governato dal gioco e dalla stravaganza: Bonaventura è infatti un eroe per caso, che riceve un premio decisamente sproporzionato rispetto ai propri meriti, in effetti pressoché inesistenti. La scrittura, dal canto suo, dà fondo a tutto il repertorio dei procedimenti di uso funambolico della lingua: dalla caratteristica rima baciata o alternata, che sfiora cadenze da filastrocca, al gioco di parole, dall'allitterazione alla mescolanza di lessico peculiare del parlato con termini di tradizione aulica. Ne scaturiscono esiti virtuosistici, ai limiti del nonsense, e tale opzione in favore del puro divertimento e del paradosso consente a Tofano di sfuggire del tutto alle insidie - assai consistenti nella produzione letteraria per bambini dell'epoca - dei buoni sentimenti da un lato e della retorica patriottica dall'altro.

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Ti prendo e ti porto via, di Niccolò Ammaniti


Ischiano Scalo, un ragazzino dodicenne timido e impacciato, cercatore di rane nel deserto, una bellissima ragazzina figlia di un banchiere, un chitarrista con una vita da sesso, droga e flamenco, una professoressa sola, frigida e con un bel paio di gambe. Vite diverse e lontane si intrecciano seguendo la logica della casualità, tramando reti sempre più fitte. Ammaniti le racconta con un umorismo impetuosamente malinconico, con una leggerezza tragicamente travolgente. Al lettore non resta altro che seguire i fili caotici di queste vicende umane, mentre le ferite dell'esistenza dei protagonisti si insinuano pian piano, senza che il lettore se ne accorga, nelle ferite della sua giovinezza, in quelle ferite che lo hanno reso quel che è, e che lo sprofondano in quel senso ineluttabile di solitudine, attenuato solo dalle presenze stranamente familiari di Pietro, Gloria, Graziano, Flora, e del mare di Ischiano Scalo.
Ammaniti ha letto King e lo deve aver molto apprezzato a giudicare dalle frequenti citazioni (volute o accidentali) che s’inanellano nei suoi romanzi e racconti (da Fango a Io non ho paura). Come King infatti, Ammaniti è abilissimo nel creare storie parallele che poi si ricongiungono per comporre il quadro finale, a far entrare i personaggi nel vivo della storia già iniziata, a mescolare azione e pensiero interiore dei protagonisti. Proprio come King mostra una predilezione per i bambini e gli adolescenti, preferibilmente ciclisti (il protagonista di Ti prendo e ti porto via, se non fosse per i riferimenti a Coppi, nella folle cavalcata in sella alla sua bici verso un’impossibile fuga, è il preciso remake del personaggio di un
noto romanzo dello statunitense “mago dell’horror”, Bill Denbrough), e su questi si china intenerito, traendoli innocenti e intatti dalla spazzatura quotidiana in cui si trovano immersi loro malgrado. E alla stregua del suo illustre collega americano conosce alla perfezione la forza e la peculiarità dell’orrore quotidiano, che è fatalmente destinato ad avere la meglio su quello, cerebrale e un po’ monotono, frutto della fantasia, fosse anche la più allucinata.
Un romanzo profondo e molto bello, con uno stile semplice ma efficace; concisi i dialoghi e le descrizioni. Da leggere assolutamente. "Ti prendo e ti porto via", è un romanzo ben costruito, con tutti i registri emotivi, si sorride spesso, ma è una risata che strozza, perché alla fine ci si riconosce in quell’Italia burina e cialtrona.
(Con la "collaborazione" di
ItaliaLibri)
Già recensito di Ammaniti:
Io non ho paura.

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Shining, di Stephen King


Da: siti vari, con aggiunte mie.

L'Overlook, uno strano e imponente albergo che domina le alte montagne del Colorado, è stato teatro di numerosi delitti e suicidi e sembra aver assorbito forze maligne che vanno al di là di ogni comprensione umana e si manifestano soprattutto d'inverno quando l'albergo chiude e resta isolato per la neve. Uno scrittore fallito, Jack Torrance, con la moglie Wendy e il figlio Danny di cinque anni, accetta di fare il guardiano invernale all'Overlook ed è allora che le forze del male si scatenano. Dinanzi a Danny, che è dotato di potere extrasensoriale, lo shine, si materializzano gli orribili fatti accaduti nelle stanze dell'albergo, ma se il bambino si oppone con forza a insidie e presenze, il padre ne rimane vittima.
Purtroppo l'interesse per il romanzo è destato solo dalla trama, davvero fantasiosa ed inventiva, perché lo svolgimento della storia è farraginoso ed alla lunga stanca. Non mancano però i momenti felici, come ad esempio l'immagine del nido di vespe. Nulla da dire sullo stile, abbastanza semplice e sulla costruzione dei personaggi, mai stereotipati (due qualità, queste, di King da sempre).
Pur non amando i film tratti dai libri di King, che considero emerite ciofeche, o comunque buoni film ma che non reggomo il confronto con i libro, capisco perché il film, più "cinematografico" e movimentato del libro viene considerato migliore; il libro andrebbe tuttavia letto, per apprezzare alcune sfumature che evidentemente non rientravano negli interessi di Kubrick, ma che donano uno spessore maggiore al bambino; niente mi rimuoverà dalla convinzione che il celeberrimo film abbia ridotto (nel senso letterale del termine) "Shining" imponendo la visionarietà del regista su quella del libro di King. Differenza sostanziale: "Shining" libro è un romanzo psicologico che gradualmente si trasforma in horror, prima della mente ed infine concreto (forse troppo concreto, ed è questo il suo unico limite); "Shining" film è un horror e basta.
Nulla resta dell'orrore dell'anima, dei complessi di colpa e conflitti edipici tra padre e figlio (che risalgono ancora più in là nel percorso delle generazioni e dei fallimenti. Come spesso accade, King commette però l'errore di non riuscire a mantenere la tensione impalpabile per tutto il libro e sul finale scade in alcune scene imbarazzanti come quella della festa lasciva.
King ha un linguaggio estremamente cinematografico, descrittivo, e il leggerlo evoca di per sé allucinazioni orrorifiche che sarebbero un invito a nozze per qualunque regista del brivido: si pensi alla prima incredula sensazione davanti alle siepi di animali che sembrano acquistare movimento, all'altra sensazione di terrore nel parco giochi, quella di una "cosa" in agonia nel labirinto di cemento e neve, all'ascensore che si avvia cigolando mostruosamente pieno di coriandoli di una festa di anni prima, il crescente brusìo di voci sorgenti dal passato, l'orologio sotto la campana di vetro che va riempiendosi di sangue suggerendo l'orrore del delitto. E si pensi, soprattutto i terrificanti incubi premonitori del bambino dotato di shining.
Un libro frenato forse dall'ambientazione e dal fatto di avere 3 soli personaggi: uno dei lavori meno riusciti di King, soprattutto perché qui la tendenza al "blablabla" non è contrastata dai personaggi o dagli eventi.

Letto e recensito da FulviaLeopardi | link | commenti (14)

Oriana Fallaci intervista sé stessa, di Oriana Fallaci


Alcune parti sono tratte da: ItaliaLibri

Ebbene sì lo confesso: amo (letterariamente parlando) Oriana Fallaci. Questo non significa che condivido tutto quello che dice o scrive, anche perché al contrario di altri libri che "divoro", leggere Oriana necessita di calma e riflessione.
Leggo il Corriere della sera e non è una novità, ma di solito evito allegati pacchetti e pacchettini. Eppure questa invervista di Oriana Fallaci a sé stessa, non potevo perderla.
Temi del libro: il cancro che divora l'occidente, e quello che divora lei. Antioccidentalismo, filoislamismo, l'Eurabia. Berlusconi e altri (non) leader della vita politica italiani. Bush e l'Onu. Tagliatori di teste e arcobalenisti.Forse Oriana Fallaci è ormai la sola persona al mondo in grado di raccogliere un'intervista da Oriana Fallaci: la sola persona che la scrittrice ritenga sufficientemente preparata e seria per trasmettere il suo pensiero correttamente, senza travisamenti, senza successivi imbarazzi e querele. Nasce così questa intervista, del genere delle "interviste impossibili", ma con un distinguo fondamentale: è l'intervistato che sceglie l'intervistatore: Nell'ambito del «tutto è possibile», non solo sceglie se stessa, ma si sceglie "delle annate migliori".
Affida insomma un'intervista, forse l'ultima, alla Oriana Fallaci di Interviste con la Storia, con il doppio obiettivo di chiudere il ciclo e di entrare in extremis nella Storia scritta dalle persone più significative del Secondo Novecento che hanno condiviso, oltre all'epoca, il fatto di essersi lasciati intervistare da Oriana Fallaci. Anche se, dice l'intervistatrice, «questa intervista non avrà nulla in comune con quelle che facevamo ai potenti della terra.»
Alla domanda «Per chi vota?» risponde: «Non mi riconosco in nessuno e non delego a nessuno l'arduo compito di rappresentarmi.» «E se le offrissero un seggio [...] di senatore a vita?» «Impensabile. Inconcepibile. [...] [il Presidente della Repubblica] Ciampi mi preferisce Mike Bongiorno o Stefania Sandrelli.»
Per concludere, una riflessione su Destra e Sinistra di oggi, e sulla Morte (che è anche il finale del libro).
«..ormai Destra e Sinistra sono i due volti della medesima faccia. Quando io parlo di Destra e Sinistra io non mi riferisco a due entità opposte e nemiche, l'una simbolo di regresso e l'altra di progresso. Mi riferisco a due schieramenti che come due squadre di calcio rincorrono la palla del Potere e che per questo sembrano davvero due entità opposte e nemiche. Se le guardi bene, però, t'accorgi che nonostante il diverso colore delle mutande e delle magliette sono un blocco omogeneo: un'unica squadra che combatte sé stessa.»

«
L'idea di morire non mi fa paura.
...
Glielo confesso con serenità: al posto della paura io sento una specie di malinconia, una specie di dispiacere che offusca il mio senso dell'umorismo. Mi dispiace morire, sì. E non dimentico mai ciò che Anna Magnani mi disse tanti anni fa. "Oriana mia! Non è giusto morire, visto che siamo nati!" Non dimentico nemmeno che quell'ingiustizia è toccata a miliardi e miliardi di esseri umani prima di me, che toccherà a miliardi e miliardi di esseri umani dopo di me. Però mi dispiace lo stesso. Amo troppo la Vita, mi spiego? Sono troppo convinta che la Vita sia bella anche quando è brutta, che nascere sia il miracolo dei miracoli, vivere il regalo dei regali. Anche se si tratta d'un regalo molto difficile, molto faticoso. A volte, doloroso. E con la stessa passione odio la Morte. La odio più d'una persona da odiare, e verso chi ne ha il culto provo profondo disprezzo.
...
Il fatto è che pur conoscendola bene, la Morte non la capisco. Capisco soltanto che fa parte della Vita, e che senza lo spreco che chiamo Morte non ci sarebbe la Vita.
»

Letto e recensito da FulviaLeopardi | link | commenti (7)

Il violino nero, di Maxence Fermine


Recensione tratta da: SBCR

Di una favola si tratta, senza dubbio, la storia del violino nero. Ma le favole si sa provengono dalla fantasia e dall’immaginazione di qualche scrittore che sta certamente sognando, ma che cosa sono i sogni se non frammenti raccolti dalla realtà?
La favola ha tre protagonisti un violinista dal talento naturale ed eccezionale, un liutaio che uscito dall’officina del grande Stradivari, supera il maestro e una fanciulla la cui voce è sublime quanto il canto delle sirene.
La favola si svolge a Venezia, una città la cui magia ferma il tempo, rallenta i ritmi, placa i suoni, prolunga i silenzi…e finalmente lascia che la musica invada le calli, i canaletti, i ponticelli, i palazzi.
Il violino nero è una favola sulla musica e la prosa di Maxence Fermine è sonora.
Johannes Karelsky è un giovane violinista francese di grande talento che richiamato in guerra nella primavera del 1796, parte alla volta di Bonaparte per la campagna d’Italia. Egli ha in mente solo un proposito quello di comporre un’opera.
Ferito in battaglia, passa una intera notte con una sciabola conficcata nel fianco e nell’ora estrema gli appare il fantasma di una donna che gli canta una melodia sovrumana e lo tiene in vita fino all’alba quando ormai è fuori pericolo.
Da questo momento in poi il violinista sarà testimone e complice di un incantesimo consumatosi molti anni prima e di cui per ora non comprende il significato.
L’esercito francese giunge a Venezia, Johannes prende alloggio presso l’anziano Erasmus che di mestiere fa il liutaio. L’incontro tra i due uomini non è casuale. Erasmus tiene in casa uno strano violino, un violino nero la cui musica, rivela a Johannes, può cambiare la vita di chi lo suona: “E’ come la felicità. Una volta che la provi, ne resti marchiato a vita.”
Johannes vuole sapere di più ed Erasmus gli rivela il segreto del violino nero.
Un giorno mentre si trova a Cremona nella bottega di Antonio Stradivari, il conte veneziano Ferenzi commissiona a Erasmus, appena ventenne, un violino quale dono di compleanno per sua figlia Carla.
Erasmus si reca a Venezia per consegnare di persona il dono a Carla, una fanciulla dai capelli nerissimi e dagli occhi ancora più neri e profondi; appena si conoscono i due percepiscono una forte attrazione l’uno per l’altra.
Carla invita Erasmus per la sera seguente alla Fenice, dove canterà per un vasto pubblico che considera la sua voce la più bella del mondo. Erasmus ascolterà la fanciulla cantare e rimarrà estasiato dal suo tono divino e inimitabile.
Il valore dell’arte e la bravura di Erasmus sono già famosi a Venezia. Quella sera stessa uno sconosciuto spinge Erasmus ad accettare una strana sfida. Riuscirà a costruire un violino che riproduca esattamente la voce di Carla e tutta la sua bellezza?
Il giovane torna a Cremona con due soli ricordi il suono meraviglioso della voce di lei e la linea delicata della sua figura. Giura a se stesso che riuscirà a riprodurre la sua voce con un violino nero come i suoi occhi e i suoi capelli e con una forma che sia la stessa del suo corpo. Erasmus compie l’opera e si reca a Venezia per mostrare il prodigio che è riuscito a realizzare ma la fanciulla è in fin di vita, ha perso la voce e muore poco dopo aver sentito suonare il violino.
Johannes è senza parole, Erasmus gli ha appena raccontato la sua vita. Il giovane violinista comporrà la sua opera ma si rende conto che nessuna avrebbe potuto cantarla tranne Carla Ferenzi.
Getta al fuoco la partitura e sfinito ma con l’animo sereno si accorge di essere finalmente felice.

Letto e recensito da FulviaLeopardi | link | commenti (5)